"L'altra metà del cielo"
Intervista all'autore

 



*Enrico Mascheroni, fotografo free-lance dal 1989, è l'autore di tutte le fotografie di questo libro. Risultato di anni di lavoro e di viaggi in tutto il mondo, le mostra ora, accanto ad alcuni ricordi e riflessioni, che ci consentono di conoscere meglio l'uomo, oltre al professionista, che, per una volta, si mette di fronte all'obiettivo e ci regala un autoscatto.


*Quando hai capito che la fotografia sarebbe stata la tua professione?
Quando mi sono accorto che con la fotografia si poteva fare comunicazione. Mi affascinava il fatto di prendere una pellicola vergine e imprimervi una storia frutto del tuo modo di pensare, di interpretare. All'inizio ero tutto sbilanciato verso la padronanza tecnica; una volta realizzato questo ho imparato a concentrarmi su quello che volevo comunicare.

*Qual è stato il tuo primo viaggio da professionista?
Il viaggio che ha aperto la strada alla mia produzione, il mio primo 'là', è stato in Amazzonia, nel 1989. Lo spunto è stato banale: lessi un articolo su una rivista del PIME, in cui un giovane missionario parlava di riti di iniziazione, con grosse formiche. Insomma sono partito. Poi nel '91 c'è stato l'esodo del popolo Kurdo dopo la Guerra del Golfo, che considero il mio primo, vero e proprio reportage.

       

*Come vivi i tuoi viaggi? Quali parti di te metti in gioco: l'uomo, il professionista, il sognatore, il padre, il credente?
Direi tutte. Questo perché sono io ad organizzare i miei viaggi, in tutte le loro fasi e, in questo modo, sono chiamato a mettere in gioco tutto me stesso. Il professionista emerge soprattutto nel rigore con cui affronti il lavoro, consapevole che la fotografia è un attimo intensissimo che rimane lì, imprigionato sulla pellicola. Il resto emerge da solo, dal contatto con le persone.

       

*Hai sempre privilegiato le persone come soggetti delle tue fotografie. Come mai?
Perché amo conoscere le persone, rapportarmi a loro. Poi c'è il fascino di doversi esprimere a gesti per intendersi, con lo sguardo, dell'impatto-contatto che crea la macchina fotografica. Scelgo le persone perché ti danno qualcosa, ti donano parte della loro vita, della loro esperienza.

*Rappresentano, per te, dei semplici soggetti o instauri delle relazioni con loro? Quando le situazioni che ritrai sono di grande sofferenza, come vivono la tua presenza?
Nei limiti del possibile, ho sempre cercato - e spesso ci sono riuscito - di instaurare delle relazioni. Il nemico più grande in queste situazioni è il tempo, che è sempre poco per conoscere l'altro, per creare 'intimità'. Se, ad esempio, entri in un villaggio accompagnato da un missionario, da qualcuno di conosciuto, questo facilita le cose, la diffidenza diminuisce. Talvolta, addirittura, dopo l'iniziale distacco, sono stato anche cercato, perché documentassi quanto mi mostravano.

       

*Qual'è la tua frontiera fotografica? È univoca, fissa, oppure si sposta di traguardo in traguardo? Esistono situazioni di fronte alle quali abbassi l'obiettivo?
Il bello di questo lavoro è che non hai mai un ultimo traguardo, una frontiera univoca, che invece si moltiplica e si sposta continuamente. Questo però nel rispetto di un'etica professionale che ha sempre fatto da bussola nelle mie scelte di documentazione, e che mi ha consentito di scattare fotografie difficili, dolorose, brucianti, imponendomi al contempo il dovere di raccontare il contesto, la situazione da cui quello scatto è stato preso.

       

*Che rapporto hai con l'obiettivo fotografico? É come guardare il mondo da dietro una grata protettiva, oppure è una finestra aperta sulla realtà?
Spesso, se dovessi abbassare l'obiettivo e guardare con gli occhi dell'uomo, della persona, l'emozione sarebbe troppo forte. Quindi, il più delle volte, la macchina fotografica rappresenta una grata, che mi permette di tenere al di qua' la mia emotività e di documentare comunque. Ci sono state situazioni in cui se non avessi avuto la macchina avrei ceduto alle lacrime, come nel caso dei bambini iracheni sfigurati dal napalm. La macchina fotografica ti permette e ti dà il diritto di raccontare, ma tu ti devi dare il dovere di raccontare anche ciò che sta dietro al tuo scatto.

       

*Fotografare è fermare la realtà in un momento preciso. La fotografia, per te, è cronaca o è arte?
Nel momento in cui la scatto non è arte, ma solo un'emozione che voglio imprimere sulla pellicola, che poi ognuno interpreta con il proprio bagaglio personale. Anzitutto il mio lavoro è cronaca, che talvolta si riveste di sfumature particolari.

       

*Veniamo a questo libro. Perché la scelta di rendere protagoniste le donne?
Perché la figura della donna - e di questo mi sono accorto da quando ho iniziato a viaggiare - si staglia in modo netto e incomparabile sopra tutto e tutti. Particolarmente nelle situazioni di guerra mi sono potuto rendere conto di come fosse più dura la vita e la sofferenza delle donne, perché dietro a loro c'era sempre una famiglia da sostenere, materialmente ed emotivamente.

       

*Dedichi il libro a tua madre e a tua moglie. Cosa devi all'una e all'altra?
A mia madre di avermi incoraggiato e trasmesso dei valori che all'inizio non apprezzavo, ma che sono stati indispensabili girando per il mondo. A mia moglie devo l'avermi dato certezza e serenità rispetto a ciò che lascio a casa quando parto, i nostri meravigliosi figli Alessando e Martina.

Intervista di Simona Beretta